Claudio Pozzani: «Il poeta è come un minatore, i versi un antidoto contro la violenza»

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18-11-2018

L’intervista al poeta e romanziere genovese, in questi giorni nel capoluogo del Sulcis per lo spettacolo “Poetici scavi” a “Una Miniera di Cultura 2018”

Di: Aes

Lo spettacolo reading di Claudio Pozzani al Teatro Centrale di Carbonia è nato giocando con una famosa frase di Giorgio Caproni: il poeta è come un minatore. «Il poeta scava nelle gallerie della propria anima per estrarvi emozioni», ha affermato dal palcoscenico l’artista genovese.

In ‘Poetici scavi’, evento speciale di ‘Una miniera di cultura 2018’ firmato AES, attraverso la lettura di versi personali e di ispirati minatori che hanno raccontato le proprie esperienze, ne è scaturito un simpatico parallelismo tra i giacimenti minerali e quelli metaforici, in cui tutti cerchiamo di ritrovare la nostra essenza più profonda:

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«Tutti nasciamo in una galleria e da questa galleria usciamo per affrontare il mondo».

Siamo tutti poeti quindi?

«Non proprio. Occorre grande impegno e passione – ha spiegato Pozzani –. Anche se l’avvento della stampa digitale ha aperto la strada editoriale a tante persone, pertanto in Italia tutti o quasi tutti scrivono poesie ma quasi nessuno le legge. E questo è il paradigma un po’ della società contemporanea in cui tutti vogliono esprimersi, soprattutto in cose di cui non conoscono nulla, e non prendono tempo e voglia per conoscere gli altri».

Nell’avvicinare i giovani alla poesia, la scuola ha una funzione importante?

«All’inizio pensavo che imparare poesie a memoria fosse una cosa inutile, poi mi sono accorto che lo studio andrebbe incentivato. Mi sono reso conto per esempio, che gli autori italiani più famosi nel mondo sono poeti, a partire da quelli classici come Dante, Petrarca e Boccaccio. Purtroppo nella scuola di oggi la poesia è marginalizzata, bisogna avere la fortuna di trovare un professore illuminato, allora puoi davvero appassionarti».

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Qual è il ruolo dei festival?

«Personalmente attribuisco grande importanza a manifestazioni che siano occasioni d’incontro e di contatto tra differenti nazionalità e lingue. La priorità della poesia è l’oralità e i festival sono quei posti dove la poesia viene raccontata. In Sudamerica, ad esempio, puoi recitare i tuoi versi di fronte a diecimila persone e si diventa come rockstar. Devo dire che in Italia la cultura in generale mi sembra sia in qualche modo respinta rispetto ad altre parti del mondo».

E la Sardegna come risponde?

«Sono stato fortunato ad aver incontrato artisti che mi hanno introdotto al contesto dell’isola, tra questi c’è Valentina Neri. Ora arriva l’incontro con l’AES. Da due anni organizzo due giornate del mio festival a Cagliari, al Teatro di Castello, dove invito numerosi poeti che si esprimono in italiano e in sardo. Per il mio festival avevo già portato Alberto Masala e altri che erano in qualche modo famosi oltremare. Mi ha sempre interessato vedere quanto il popolo ama seguire gli eventi culturali, e mi sembra che ci sia una buona rispondenza, molto maggiore che al nord Italia ad esempio».

In sintesi, cos’è la poesia per Claudio Pozzani?

«È il mio modo di esprimermi, il mio alfabeto, e anche una scuola di vita perché fare poesia ti insegna a fare parole e a distillarne sempre di nuove. Dove tu finisci le parole è lì che inizia la violenza, in questo senso la poesia può essere anche uno strumento di pace, nel senso che ti allarga la mente, lo sguardo, la possibilità di esprimerti e probabilmente tiene lontana la violenza».

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